15 ottobre 1987: 30 anni senza Thomas Sankara. Una storia da ricordare

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Esattamente 30 anni fa, il 15 ottobre del 1987, a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, il presidente Thomas Sankara veniva assassinato insieme a 12 ufficiali burkinabé a seguito di un colpo di Stato effettuato dal suo amico e fedele vice Blaise Compaore ed apparecchiato dalla longa manus dei soliti noti (USA e Francia).

Sulle modalità dell’omicidio esistono ancora oggi dei dubbi in quanto i protagonisti della vicenda hanno spesso raccontato cose diverse. In compenso esiste, però, la confessione di Blaise Compaore, seppur sostenga di averlo ucciso accidentalmente e dopo aver negato per anni ogni suo coinvolgimento, sostenendo di non aver partecipato all’omicidio in quanto a casa ammalato.

Fatali a Sankara furono alcune sue coraggiose prese di posizione sull’imperialismo dell’Occidente e la volontà di cooperare anche con l’Unione Sovietica e Cuba, cosa che in tempi di Guerra Fredda era doppiamente mal tollerata dall’Occidente che negli anni ’80 viveva in pieno impeto liberista, ma anche l’essersi inimicato la Francia di François Mitterrand e la sua politica coloniale in Africa “mai cessata”, presa di posizione che culminò nel 1986 con la visita del presidente francese in Burkina Faso, dove il leader burkinabé lo accusò apertamente, tra le altre cose, di far circolare tranquillamente in Francia un “criminale” come Pieter Willem Botha, ultimo leader del Sud Africa dell’Apartheid.

Ad onor del vero, però, il culmine della critica all’Occidente imperialista e probabilmente la sua condanna a morte avvenne durante il suo discorso all’OUA (e non all’ONU, come erroneamente viene riportato ancora oggi da più parti), ovvero “Organizzazione dell’Unità Africana”, dove si scagliò contro l’obbligo del Burkina Faso e dei paesi africani di ripagare il debito dell’era coloniale. Un discorso avvenuto il 29 luglio, ovvero 2 mesi e mezzo prima della sua morte:

 

” Quelli che ci hanno prestato denaro sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri Stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito, niente, quindi non dobbiamo pagarlo. Il debito di oggi è ancora il neocolonialismo, soltanto che i colonizzatori di oggi si sono trasformati in quelli che voi chiamate assistenti tecnici. Anzi, dovremmo invece dire “assassini tecnici”. Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei finanziatori, che ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per 50, 60 anni e più, cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per 50 anni e più. Il debito nella sua forma attuale è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee, in modo che ognuno di noi diventi schiavo perenne di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia di investire da noi con l’obbligo di rimborso… Quelli che ci hanno indebitato hanno giocato con noi come in un Casinò. Fino a che hanno guadagnato non c’era nessun problema, ora che rischiano di perdere voglion indietro tutti i soldi giocati. Ci dicono che abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, ci dicono che se non paghiamo ci sarebbe la crisi, e invece no. Hanno giocato con le regole del loro gioco, e possono anche perdere. Ma noi Paesi africani dobbiamo stare uniti su questo punto, perchè se il Burkina Faso sarà l’unico a rifiutarsi di sottostare a questo gioco, io non ci sarò alla prossima conferenza “

Un finale quantomai profetico, purtroppo.

Detto di Compaore, un ruolo chiave nell’omicidio di Sankara lo ebbe senz’altro Charles Taylor, futuro leader della Liberia cresciuto a pane e CIA, laureatosi al Bentley College nel Massachusets e usato dalla CIA come scheggia impazzita da sparare ad intermittenza quando faceva più comodo.

Fu mandato in Liberia una prima volta nel 1980 per favorire il colpo di Stato che mandò al potere Samuel Doe (che in seguito la stessa CIA fece ammazzare in quanto “colpevole” di ascoltare anche l’altra campana, ovvero l’Unione Sovietica, divenendo quindi “inaffidabile”), che nel 1983 lo rispedì in USA dopo aver scoperto che Taylor fece sparire 922 mila dollari indirizzati all’acquisto di macchinari agricoli. Arrivato in USA fu subito arrestato ma qualche mese dopo, improvvisamente, riuscì ad evadere (?) da uno dei carceri federali di massima sicurezza più efficienti al mondo per ripresentarsi in Africa dapprima in Libia (con la mansione di “tenere d’occhio” le mosse di Gheddafi) per poi continuare l’addestramento in Costa d’Avorio e cominciare una sanguinaria carriera che lo vide prima, appunto, prendere il potere in Liberia scatenando una guerra civile durata anni, e poi, non contento, rendersi protagonista della guerra civile pure in Sierra Leone, cosa che oggi gli costa un processo per crimini contro l’umanità.

Il generale Momogiba, attendente di Taylor, ed in seguito anche Markus Dahn (a quel tempo ministro liberiano delle Poste), ammisero entrambi il coinvolgimento della CIA nella “fuga” di Taylor (cosa confermata poi dal ritrovamento di alcuni files provienti dall’archivio dei servizi segreti USA). Cyril Allen, per lunghi anni a capo del partito di Taylor in Liberia (e a libro paga della CIA per sua stessa ammissione), in un’intervista al giornalista italiano Silvestro Montanaro fu invece molto più netto:

“Gli americani cominciarono ad infiltrare il movimento africano di Liberazione anche per fermare Sankara, che per i loro gusti era troppo sinistrorso. Sankara non piaceva agli americani, parlava di nazionalizzare le risorse del suo Paese per usarle a beneficio del suo popolo. In parole povere, era un socialista, e così decisero di farlo fuori”

 

Ma ancora Momogiba, sempre a Silvestro Montanaro, dichiara quanto segue:

“Compaore, Taylor e l’attuale presidente del Ciad si incontrarono in Mauritania discutendo per un giorno intero. Da Parigi fu mandato un uomo bianco che discusse a lungo con loro. Qualche giorno dopo ci fu un altro incontro in Libia, e fu chiaro subito che se volevamo usare il Burkina come base per addestrarci, Sankara doveva essere eliminato, essendosi rifiutato di offrire collaborazione a Taylor per il futuro colpo di Stato in Liberia. Compaore sarebbe divenuto presidente e ci avrebbe aiutati, anche con l’aiuto credo di Gheddafi. I francesi misero a disposizione i soldi e dissero che per loro andava bene. Compaore radunò un gruppo di Commandos fidati in Burkina, Taylor fornì altri uomini e così si fece il colpo. Un colpo americano e francese. C’era anche Price Johnson, senatore liberiano e signore della guerra, c’ero io, comunicavamo con i walkie talkie, sapevamo tutto, quando Sankara usciva, quando tornava. Era tutto pianificato. Io ero lì. Sankara e Compaore discussero di alcune manifestazioni di quei giorni in giro per il Paese, ad un certo punto Compaore fece finta di andare a casa, ma restò lì nelle vicinanze. Poi entrò nella stanza e gli sparò al petto, davanti alla scrivania dove Sankara era seduto, un colpo, poi un secondo. Appena rientrato Compaore, Sankara capì subito,e disse: ‘Blaise, sei il mio migliore amico, proprio tu mi uccidi?’ Compaore fece un gesto di fastidio e gli sparò subito. Dopo, Taylor ebbe le sue basi in Burkina Faso, grazie a Compaore, che anche con aerei di Stato poi fece trasportare armi per aiutare Taylor nella sua guerra in Liberia”

 

Tanto per chiarire cosa fecero gli USA con Taylor: lo allevarono, lo sguinzagliarono per un colpo di Stato in Liberia, poi lo arrestarono, poi lo fecero evadere per “spiare” Gheddafi e Sankara e lo mandarono al potere in Liberia facendogli uccidere Doe che gli stessi USA dieci anni prima mandarono al potere, e infine, dopo anni di guerre sanguinarie e una volta costretto a scappare a gambe levate da una Liberia con una popolazione inferocita, misero sulla sua testa una taglia da 2 milioni di dollari per la sua cattura. Grandi burattinai, non c’è che dire.

 

 

La storia del “Capitano ribelle” Sankara in effetti è un po’ la classica storia di Davide contro Golia, con il piccolo Burkina Faso che per 4 anni sfidò l’intero mondo occidentale riservandogli sonori ceffoni morali e diplomatici, ma che soprattutto, seppur per un tempo troppo breve, diede un’enorme speranza ad uno dei più poveri paesi al mondo e a tutto il continente nero, migliorando pesantemente le condizioni di vita ed insegnando che si può essere felici e vivere degnamente anche in un paese povero semplicemente evitando di essere sfruttati, evitando di pagare per un passato non deciso da loro e puntando, per quanto fosse possibile, sulla produzione interna quantomeno di quei beni che si poteva tranquillamente evitare di importare, e finanziando imponenti piani di potenziamento e sviluppo soprattutto in materia di sanità e infrastrutture, anche rinunciando a tutti i privilegi di cui potevano godere lui e i suoi uomini (la sua eredità: una serie di libri, una chitarra, 150 dollari in contanti e il mutuo ancora da pagare).

 

Sankara nasce nel 1949. Dopo il diploma, fallito il tentativo di iscriversi a medicina, sceglie la carriera militare trasferendosi in Madagascar dove, entrando in contatto con alcuni militanti del locale partito indipendentista, si avvicina alle teorie di Marx e diventa teorico del panafricanismo. Quando due anni dopo ritorna in Alto Volta (futuro Burkina Faso) è costretto a partecipare ad una guerriglia al confine con il Mali, e gli orrori visti e vissuti lo fanno convergere subito verso posizioni pacifiste:

“Quando imbracci un’arma che può provocare morte e distruzione, quando ti metti sull’attenti di fronte alla tua bandiera, quasi mai sai chi sarà a beneficiarne. I militari in giro per il mondo a spargere distruzione combattono quasi sempre uomini con gli stessi ideali, ma non ne hanno coscienza. Lo dico chiaro: senza un’adeguata formazione, anche politica, un soldato è poco più che un potenziale criminale”

 

Nel corso degli anni, mentre nel tempo libero si diletta anche come chitarrista in alcuni locali, l’avversione alle politiche del presidente Zerbo lo convince a muoversi in prima persona per il bene del Paese, e con l’amico Compaore fonda un’organizzazione di ufficiali “comunisti” che nel giro di pochi mesi diventa molto popolare nel Paese e che costringe Zerbo, in piena crisi di popolarità, a scendere a patti con lui per prolungare il suo governo, affidandogli la carica di Segretario di Stato che Sankara, però, tenne per soli sette mesi, dimettendosi dopo l’ennesima presa di coscienza del fatto che le sue proposte non erano minimanente ascoltate.

Era l’aprile del 1981 e un anno dopo Zerbo fu destituito da un colpo di Stato che mandò al potere Jean-Baptiste Ouédraogo. Quest’ultimo, non potendo ignorare la popolarità di Sankara, gli offrì la carica di primo ministro. Rifiutata. L’accondiscendenza sfacciata di Ouédraogo verso Mitterrand fu un provvidenziale assist per Sankara, che divenne sempre più popolare organizzando manifestazioni di piazza sempre più partecipate e che un giorno gli costarono la condanna agli arresti domiciliari, che, però, causarono un’immediata rivolta popolare che costrinse Ouédraogo a ritirare il provvedimento.

Passa poco più di un anno nel quale Sankara conosce (tra gli altri) Gheddafi, il quale gli promette un aiuto finanziario nel caso fosse divenuto presidente. E la cosa prontamente succede grazie ad un colpo di Stato organizzato dall’amico Compaore, che caccia Ouédraogo dalla guida del Paese e istituisce Sankara come capo di Stato a furor di popolo.

 

Era l’agosto del 1983 e Thomas Sankara, “il Capitano”, “il ribelle”, “il marxista”, diventa presidente dell’Alto Volta all’età di 35 anni. Alto Volta che subito ribattezza “Burkina Faso”, cioè Terra degli uomini integri, cambiando inoltre la bandiera del Paese e l’inno, che scrisse lui stesso.

“Alto Volta è un nome che non ci diceva nulla, ci ricordava soltanto il nostro passato da colonia, un paese il cui nome ed i suoi confini furono decisi a tavolino al congresso di Berlino, dove tracciarono frontiere arbitrarie separando famiglie, etnie e gruppi socio-culturali in barba ad ogni principio”

 

 

In politica estera, Sankara prese posizioni durissime contro USA, Francia, Israele e Sudafrica, condannando a più riprese l’imperialismo delle prime e chiedendo all’ONU di sospendere le seconde per “crimini contro l’umanità” rispettivamente verso i palestinesi e la popolazione nera.

In politica economica Sankara si distinse, oltre che per il taglio dei privilegi, per il rifiuto di pagare il debito causato dal periodo coloniale, per una feroce lotta alle importazioni inutili e rifiutando categoricamente i prestiti facili provenienti dall’estero.

Sankara sosteneva che accettare continuamente prestiti era, per l’occidente industrializzato, il miglior modo di alimentare il suo Impero, ed era di conseguenza il miglior modo, per i debitori, di restare eternamente schiavi, eternamente colonia, importando in continuazione prodotti esteri che molto spesso il Paese poteva produrre autonomamente (che è esattamente la logica usata tutt’oggi anche nell’eurozona). Famose in questo senso alcune frasi di Sankara pochi giorni dopo la sua salita al potere, dove il leader burkinabé, parlando di vestiti e di altre “importazioni inutili”, disse davanti ad un gruppo di giovani ragazzi e ragazze:

” Se oggi qualcuno volesse gettare la popolazione del Burkina Faso nel caos non sarebbe nemmeno necessario un Colpo di Stato, basterebbe smettere di venderci le magliette”

“Ehi tu, con quella maglietta della Levi’s. Stai facendo pubblicità alla Levi’s. Pensi che ne abbia bisogno? Per carità, l’hanno fatta molto bene quella maglietta, inoltre la Levi’s fa anche dei jeans molto belli, ma è un prodotto americano. E tu là in fondo, c’è scritto Harvard sulla tua maglietta, ma almeno sai dove sta? Ma pensate davvero che qui non possiamo fare anche noi delle belle magliette con il cotone che abbiamo?”

 

E poi, in occasioni istituzionali ed internazionali:

“Siamo in grado di provvedere al nostro fabbisogno alimentare. Secondo alcune organizzazioni internazionali invece dovremmo vivere per sempre grazie ai loro aiuti alimentari, ma questi aiuti ci bloccano e indeboliscono le nostre volontà, e senza che nemmeno ce ne accorgiamo, piano piano, ci abituiamo così ad essere degli assistiti, dei poveracci. Questa abitudine va messa da parte, dobbiamo darci da fare, dobbiamo produrre, produrre di più, e il perchè mi sembra evidente: chi ti impone gli aiuti ti impone i suoi interessi”

“Dobbiamo far capire a tutti che i mercati africani sono i mercati degli africani. Dobbiamo produrre qui, trasformare le nostre materie prime qui e consumarle qui. Dobbiamo produrre ciò di cui abbiamo bisogno e consumare ciò che produciamo, non solo ciò che importiamo. Io e la mia squadra oggi vestiamo tessuti tutti prodotti da noi, col nostro cotone, dai nostri uomini e donne. Intendiamoci, non miro a presentare sfilate di moda, sto semplicemente dicendo che dobbiamo accettare di vivere all’africana, perchè è il solo modo che abbiamo per vivere liberi e con dignità”

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Sankara era tutt’altro che autarchico ed era favorevole all’impresa privata, (fece accordi remunerativi ad esempio con paesi come la Svizzera anche per il settore privato) ma era ben conscio che la natura degli scambi mondiali, il commercio con l’Occidente, per farla breve quello che chiamano “libero mercato“, era basato su una competizione profondamente ingiusta che rendeva il mondo sempre più diseguale.

Una “vittima” famosa della lotta alle importazioni inutili fu la carne. Sankara abbassò drasticamente i prezzi semplicemente invertendo l’ordine delle cose, ovvero producendo domesticamente e mettendo a disposizione dei produttori esteri maiali e montoni invece di importarli, cosa che produceva il risultato di dover vendere prosciutti e salumi vari a peso d’oro, divenendo inaccessibili pressoché al 90% della popolazione.

Un’altra mossa geniale fu quella di coinvolgere l’esercito nella produzione agricola, ad esempio ordinando ad ogni caserma di coltivare patate, cosa che nel giro di poco tempo portò addirittura una sovrapproduzione, e ordinando di costruire pollai per l’allevamento di galli e galline, mossa che contribuì notevolmente all’abbassamento dei prezzi della carne bianca.

 

“Parlo a nome di un Paese che ha deciso, d’ora in avanti, di affermare se stesso. Parlo di un Paese che ha deciso di non veder morire 7 milioni di bambini di ignoranza, fame e sete.  Oggi non parlo a nome soltanto del mio Burkina Faso tanto amato, ma parlo anche a nome di tutti gli ultimi, che vivono in un sistema ingiusto e strutturalmente in crisi, ultimi che sono ridotti a percepire la vita solo come un riflesso dei più abbienti. Parlo a nome delle mamme che vedono morire i loro figli di diarrea o di malaria, e che ignorano che esistono mezzi semplici per salvarli, che però la scienza delle multinazionali non offre loro preferendo piuttosto investire nella chirurgia estetica a beneficio di pochi il cui fascino è minacciato dagli eccessi di calorie nei loro pasti, che sono così abbondanti da dare le vertigini a noi che viviamo ai piedi del deserto senza sapere se sopravviveremo agli stenti per un giorno in più”

(Discorso all’ONU del 4 ottobre 1984)

 

 

Sankara incoraggiò la popolazione a donare il sangue, facendosi più volte immortalare durante dei prelievi. Fu il primo leader africano a mettere in guardia i concittadini dall’AIDS incentivando i contraccettivi, abolì la poligamia, vietò l’infibulazione e declassò il ruolo della prostituzione, ritenendo giusto non punire e non incarcerare le prostitute ma bensì aiutarle a liberarsi dalla schiavitù. Tutte cose, queste, che nell’Africa di 30 anni fa erano assolutamente rivoluzionarie. Sostituendo le costose Mercedes ministeriali con delle ben più umili Renault 5, Sankara ottenne un risparmio con cui finanziò una campagna di vaccinazione contro la meningite, sconfiggendola del tutto.

 

Tra i risultati più clamorosi ottenuti dal Burkina Faso durante la presidenza di Sankara corre l’obbligo di menzione sui quasi 3 milioni di bambini che furono vaccinati contro il tifo, il morbillo e la rosolia, sulla costruzione di più di 3000 nuovi alloggi in sostituzione di vecchie baracche, 285 scuole (con dimezzamento delle tasse scolastiche da pagare), circa 1000 pozzi d’acqua e 78 farmacie, sulla costruzione di quasi 5000 campi sportivi, sulla costruzione di una nuova efficiente rete di trasporto pubblica, sulla soppressione totale delle imposte agricole e sui 10 milioni di alberi piantati all’interno del Paese. Nel 1987, dopo 4 anni di cura Sankara, ogni cittadino burkinabè poteva consumare 2 pasti e 5 litri d’acqua al giorno, una cosa completamente inimmaginabile soltanto 4 anni prima nel paese allora più povero d’Africa. Il Burkina Faso di Sankara, inoltre, fu di fatto il primo e unico Paese africano che parificò la figura della donna a quella dell’uomo, e molte donne ebbero incarichi ministeriali durante i suoi governi. 

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Poi un giorno, anzi, una sera, quella del 15 ottobre del 1987, da Washington e Parigi decisero che tutto ciò era abbastanza, era troppo. E la luce si spense per sempre.

Come osava, del resto, un giovane leader socialista dello Stato africano più povero ottenere cotanti mirabolanti risultati senza necessariamente aver bisogno di noi bravi democratici atlantici liberisti? Giammai! E ancor peggio come osava sputtanare apertamente Reagan e Mitterrand, osando addirittura parlare anche con sovietici e cubani pur di ampliare gli orizzonti commerciali per il suo Paese? Davvero insopportabile, non tanto per l’importanza de facto che poteva avere il povero Burkina Faso, ma per l’importanza che poteva avere a livello simbolico per tutta l’Africa in cerca di riscatto.

 

E così si lavorarono per bene il suo fido Compaore (che non si fece remora alcuna a tradirlo e che poi guidò il Paese fino al 2015, abolendo in un amen tutti i provvedimenti presi da Sankara, istituendo il 15 ottobre come festa nazionale e riportando il Burkina Faso in un amen ai miseri standard pre-Sankara) anche tramite Taylor, e lo ammazzarono come un cane, facendo finta di nulla e in seguito oltraggiando continuamente la sua memoria, compresa la tomba.

Magrissima consolazione: Compaore è stato da poco costretto a scappare a gambe levate dalla popolazione inferocita al grido di “Sankara vive”, trovando rifugio in Costa d’Avorio e godendo della protezione di alcune note istituzioni internazionali che negli anni lo hanno portato a coltivare rapporti di amicizia e ad incontrare noti burocrati (come uno di nostra conoscenza).

<> on October 1, 2012 in Milan, Italy.

 

 

Questa è la storia di un piccolo Paese e di un grande Uomo che merita di essere ricordata, la storia di un Uomo povero che SCELSE di essere anche un Presidente povero per non mettersi al di sopra del suo Popolo, insegnando che c’è dignità anche nell’essere persone di un paese povero ma che cooperando tutti assieme, e dando per primo lui l’esempio, si poteva quantomeno essere sempre meno poveri, e senza necessariamente elemosinare aiuti.

 

Nel trentennale della sua morte è molto triste constatare che, purtroppo, non è così, non è una storia che in molti ricordano, in primis le sinistre più o meno “radicali”, che anzi, se Sankara ci fosse oggi verrebbe senz’altro apostrofato come “dittatore” dai Saviano di turno che sbraiterebbero per una primavera colorata, come “populista” dai democratici censori di turno e come “rossobruno” dagli utili idioti dei kompagni no-global e no-borders (in contemporanea, geni assoluti) tutti diritti civili e zero diritti sociali perchè, insomma, Sankara alla fine era pur sempre uno del tipo “aiutiamoci a casa nostra“, che voleva evitare di creare nuovi migranti in quanto voleva che rimanessero lì a sostenere lo sviluppo del suo Paese e dell’Africa, concetto oggi praticamente impossibile da sostenere in occidente senza passare per razzista, autarchico, nazionalista e quant’altro boffonchiando.

Perdonali se puoi, Capitano ribelle…

 

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